Valledolmo nel movimento contadino di Sicilia

Lo storico inglese Denis Mack Smith, esaminando a fondo la situazione socio-economica venutasi a creare in Sicilia, dopo l’abolizione della feudalità, decretata nel luglio del 1812 dal Re delle due Sicilie Ferdinando IV di Borbone, pervenne a quest’amara conclusione: “Le libertà invocate nel 1812 non significavano la libertà per il contadino di guadagnarsi i mezzi di sussistenza, significavano piuttosto libertà per i proprietari di trasformare delle proprietà gravate da ipoteche in vere proprietà negoziabili o la libertà di stendere un velo sull’usurpazione della proprietà comune. In ogni caso la fine della feudalità, nella misura in cui prometteva benefici sociali e non solo privati, risultò più una disposizione generica di legge che una trasformazione pratica; non fu mai specificato cosa venisse realmente abolito, nè il modo cui dovesse aver luogo l’abolizione. I latifondi continuarono ad essere chiamati “feudi, i proprietari feudatari, e i contadini “villani” fino al ventesimo secolo; e non senza ragione” (1). E lo storico siciliano Francesco Renda, accettando per verissima la conclusione dell’Inglese, aggiunse che “grave fu il disappunto dei baroni quando si accorsero che il generale inglese, lord Bentinck, mandato a presidiare la Sicilia contro le mire dei napoleonici, autore della nuova linea democratica, aveva posto a capo di tutti i dipartimenti governativi “uomini socialmente dappoco”, cioè privi di titoli nobiliari. E ancora più evidente apparve il loro malcontento per la legge del suffragio universale e per la nazionalizzazione illegale delle terre baronali; cose tutte che facevano prevedere imminente una violenta rivoluzione popolare”(2). La fine della dominazione napoleonica e la partenza del Re Borbone dalla Sicilia fugarono la temuta tempeste e tutto rimase agitato come prima. Si dovrà giungere ai primi anni dell’unificazione italiana per il concretizzarsi e l’acuirsi del problema antico e sempre ricorrente della “terra ai contadini”. Difatti “le prime leghe di resistenza, le prime società agricole, i primi scioperi, cioè, le prime lotte organizzate che si propongono di modificare e migliorare le condizioni di lavoro e di vita delle masse contadine isolane rappresentano un fenomeno posteriore all’unificazione nazionale” (3). E anche da tale data non si verificarono mutamenti di rilievo: è noto, infatti, che le savie leggi garibaldine di riforma agraria, rimaste soltanto nel limbo delle buone intenzioni, delusero, purtroppo, amaramente i valorosi “picciotti”, affamati di terra, sino all’ultimo decennio del secolo XIX. “La missione di Nino Bixio contro le masse contadine di Bronte e di Francavilla, scrisse il Renda, con la fucilazione senza processo, soffocò nel sangue la rivolta contadina siciliana, e nel contempo la propugnata rivoluzione democratica nelle campagne” (4). Il mito della terra, caldeggiato anche dal clero per ben altro motivo che non la redenzione dei proletari, cominciò ad accendere e a mobilitare gli animi loro in occasione della tremenda crisi economica del 1888-89 che, per opera dei socialisti, porterà alla fondazione dei Fasci in quasi tutti i Comuni dell’Isola. Ma già in quasi tutti questi Comuni, prima dei Fasci, erano sorte Società Operaie e Agricole, e Valledolmo non fu da meno di Corleone, di Polizzi, di Termini, di Chiusa Sclafani, di Altavilla Milicia, di Càccamo, di Alia, di Montemaggiore, di Aliminusa, di Roccapalumba, di Vicari e di molti altri che sarebbe lungo citare. Per merito, infatti, del dottor Giuseppe Mendola, nel 1884, era sorta a Valledolmo la Società Operaia di Mutuo Soccorso “Fratellanza e Lavoro” che, come tutte le consorelle, svolgeva un’attività che non si limitava al semplice mutuo soccorso, ma sconfinava nella politica, (a scopo elettorale), ed in certi casi nella lotta per il miglioramento vero e proprio da conseguirsi con la modifica dei patti di lavoro. ” Svolgevano queste Società — afferma il Renda — parte del programma perseguita dai Fasci, i quali le aggiungeranno l’attività più specificatamente sindacale e politica” (5). E il ministro Sonnino stesso menzionò “le Unioni contadine di Alia e Valledolmo, che avevano per loro scopo di impedire a tutti gli affiliati di accettare patti agrari gravosi dai gabelloti e dai proprietari” (6). Lo stesso Ministro tenne a ricordare gli scioperi “di proporzioni più vaste, scoppiati nell’autunno del 1875 a Villalba, a Vallelunga, a Santa Caterina Villarmosa e Resuttano, durativi circa un mese e propagatisi ad Alia e a Valledolmo, dove sorsero le unioni agricole, che più precisamente gli organizzatori denominarono “Istituti Agrari” (7). Il Renda stesso, per dimostrare il comportamento legale dei medesimi, riferisce a titolo d’esempio “il caso della Società Agricoia di Mutuo Soccorso, sorta a Valledolmo il primo febbraio 1893, e così scrive: “Il presidente che era un possidente del paese, taleGiuseppe Arnao, nell’assumere la carica si sentiva in dovere d’informare il Delegato di P.S. con questa dichiarazione: “In quanto agli scopi per cui detta Società sta per costituirsi ed in base ai quali io accettai la presidenza, posso dirLe che sono assolutamente pacifici, alieni da ogni idea politica e sovversiva” (8). A sostegno di tali assicurazioni alligava alla lettera l’art. 2 dello statuto che diceva: “L’azione della Società si svolgerà esclusivamente nelle relazioni pacifiche tra proprietari di terreni e lavoratori di campagna pel mutuo bene. Rimane esclusa ogni azione politica e amministrativa, qualunque idea di partito; anzi è rigorosamente vietato a ciascun socio di esprimere opinioni politiche e d’ingerirsi nei fatti amministrativi in nome della società medesima. Chi infrange detta disposizione è depennato senz’altro dall’albo dei soci, rimanendo egli responsabile personalmente dei fatti compiuti”. Ciò non impedì tuttavia che nell’ottobre dello stesso 1893, per protestare contro un patto di mezzadria ” stipulato alla leonina”, (l’espressione è contenuta in un rapporto del Tenente colonnello dei CC. RR. di Palermo al Prefetto), i soci della Società inscenassero una pubblica manifestazione per le vie del paese con bandiere tricolori in testa, allo scopo di dimostrare ai proprietari terrieri la forza numerica della Società, capace d’imporre anche con la violenza le giuste pretese dei contadini” (9). Le buone intenzioni, come spesso, però, avviene, furono travolte dagli eventi, e i soci della “Fratellanza e Lavoro” di Valledolmo, sotto l’inarrestabile pressione del socialista Bernardino Verro, insieme con i contadini del corleonese e delle Madonie, finirono per confluire nel movimento generale dei “Fasci dei Lavoratori” (10). “L’idea, infatti, della modifica dei patti agrari — afferma il Renda — era in tutti i Comuni di Sicilia come una molla che faceva scattare le masse contadine dalla loro decennale inerzia e li spingeva ad unirsi al Fascio locale” (11). Perciò molti proprietari, impauriti dagli scioperi e dalle manifestazioni dei Fasci attuati in vari Comuni, decisero di venire a patti meno disumani, e là, dove ciò non avvenne, si arrivò a gravi fatti di sangue, come all’assassinio dei paladini dei Fasci, Verro a Corleone,Lorenzo Panepinto a Santo Stefano di Quisquina e di novantadue semplici contadini, di cui tredici a Caltavuturo (12) e undici a Lercara Friddi, mentre delle forze dell’ordine cadde ucciso un solo soldato (13). Comunque, nonostante le feroci repressioni ordinate prima dal Crispi, capo del Governo e della mafia, sino al 1896, e poi dal Giolitti su pressioni dei sindaci e dei capi elettori dell’onorata società, i contadini, forti dell’appoggio della classe operaia e del movimento socialista, si presentarono da allora permanentemente come i principali protagonisti della storia dell’Isola” (14). Venne, dopo Giovanni Giolitti, lo sconvolgimento della Prima Guerra Mondiale con nuove occupazioni di terre incolte e con nuove vittime, venne il Fascismo con una nuova Riforma Agraria e con le Battaglie del Grano, venne poi il secondo conflitto mondiale e, finalmente, il movimento contadino, inquadrato nei partiti comunista, socialista e democristiano, lentamente ma costantemente spazzarono via gran parte dei soprusi della classe padronale, feudale e gabellota. Vaste estensioni di terre incolte o malcoltivate vennero negli anni 1946 e 1947 occupate e poi assegnate ai contadini valledolmesi nella misura di una o due salme a testa, fu conquistata la quota del sessanta e quaranta nella spartizione dei prodotti della mezzadria, si ottenne la riduzione del 30% dei canoni d’affitto e, infine, si facilitò di molto l’affrancazione dei terreni gravati dai sorpassati canoni enfiteutici. Oggi, riandando con la mente a quel periodo convulso vissuto a Valledolmo come negli altri Comuni dell’Isola, rivedendo nella nostra fantasia gli squadroni di cavalleria rusticana lanciate alla conquista delle terre di Rovittello, di Mandranuova, di Carpinello, di Sciarrìa, di Cassaro, di Regaliali e di Verbumcaudo, incalzati dalle forze dell’ordine, ingrossati anche da madri di famiglia, con in testa le bandiere rosse, ci pare di rivivere le gesta degli antichi Crociati, decisi a tutto soffrire, a tutto osare, pur di effettuare la liberazione del Santo Sepolcro. Valledolmo, in seguito a quegli anni avventurosi, può contare oggi 855 piccole aziende agricole a gestione familiare, una decina di aziende grandi nel proprio territorio e altrettante sparse nei territori di Sclafani; di Caltavuturo, di Polizzi e di Petralia Sottana, e in tutte si lavora appassionatamente, fruttuosamente e tranquillamente come nei tempi felici della gestione dei Conti Cutelli.

Valledolmo nella storia del Risorgimento Italiano non figura come un Comune caldo di patriottismo: la sua popolazione abituata a lavorare nella tranquillità dell’ordine, sotto l’amministrazione civile e religiosa ligia alla Maestà del Re Borbone Cattolicissimo, ignara di Carbonari e di Sanfedisti, poco o nulla entusiasta delle gesta del “Filibustiere Garibaldi”, non sentì profondamente i fremiti della passione risorgimentale registrati, invece, nei vicinissimi comuni di Alia, Vallelunga e Villalba. La nostra asserzione non è sorretta da documenti scritti, data anche l’inaccessibilità dell’Archivio Comunale; ma il fatto che neppure il passaggio e la sosta di Garibaldi nel paese abbiano lasciato un ricordo nel marmo o sulla carta o nella memoria degli avi, eccezion fatta dell’episodio del maestro Ignazio Vacantiprecedentemente ricordato, conforta abbondevolmente la nostra opinione. E’ vero che nei primi del fatidico 1848 ad opera del regio perito agrimensore di Vallelunga fu creato anche a Valledolmo un Comitato Insurrezionale, ma, purtroppo, è anche vero che nei giorni dell’insurrezione di tutti i comuni dell’Isola contro il Borbone, nel paese nè venne incendiata la sede del Municipio o dell’esatoria, nè vennero perpetrati atti di vandalica violenza o di protesta politica. Le acque del luogo si mantennero tanto calme che due personaggi di Vallelunga, insorta con incendi e minacce di morte ai borbonici, vennero a cercare rifugio sicuro proprio entro l’abitato di Valledolmo, e non se ne ebbero a pentire. Il fallimento dell’insurrezione, che a Vallelunga si concluse con la condanna di don Giuseppe Sinatra, presidente del Municipio e capo dei Comitati insurrezionali del luogo e di quelli di Villalba, di Valledolmo, di Mussomeli e di Sutera, e il ritorno dei presidi borbonici con fieri propositi di repressione spietata convinsero i tiepidi patrioti valledolmesi degli errori altrui e della saggezza propria. Giuseppe Cipolla, autore della Storia di Vallelunga, commentando il fallimento dell’insurrezione di questo Comune scrisse: “Con la restaurazione borbonica gli animi, però, restarono indomiti preparandosi alla riscossa dell’aprile del 1860” (15). La vampata di euforia e di entusiasmo per le fortunate gesta dei Mille per la cacciata degli oppressori borbonici dal suolo dell’Isola, nel 1860, la successiva elettrizzante crociata del 1862 dello stesso Garibaldi al grido “O Roma o morte!” per la conquista della Città Eterna non suscitarono a Valledolmo soverchie manifestazioni di gioia. Quando egli, infatti, dal bosco della Ficuzza mosse con le sue truppe per Catania e dall’entusiasta Alia passò per Valledolmo, non fu fatto segno a calorose accoglienze tanto che neppure una minima lapide fu murata a ricordo dell’avvenimento sulla facciata del Palazzo Castellana ove l’Eroe si rifocillò e si riposò prima di avviarsi per la trazzera dell’Acqua della Signora Cutelli verso l’effervescente Vallelunga. La condotta politica dei valledolmesi che, nel 1848, aveva suscitato ira e disprezzo nell’animo dei vallelunghesi e che li aveva sdegnati ancora di più in occasione delle tiepide accoglienze del 1862 degenerò nell’odio e disprezzo incontenibili, che culminarono in una furibonda e sanguinosa rissa tra le due parti in contrada Manca, ai confini dell’ex feudo di Regaliali. Lo scontro temporaneamente interrotto minacciava di aggravarsi pericolosamente per ambo le parti; ci volle l’intervento di un autorevole patriota di Lercara Friddi, don Agostino Rotolo, per placare gli animi e riportare nei due vicinissimi comuni la pace. A conferma della quale riferiamo l’episodio così come viene narrato dal vallelunghese Cipolla. “Il Rotolo nell’autunno del ’60 va a Villalba e richiede il concorso della locale Guardia Nazionale, e marcia alla volta di Vallelunga. Ivi calde parole, perchè la pace unisca i siciliani in un momento in cui l’aborrito Borbone insidia ancora all’unità d’Italia. Applaudito il discorso, con i notabili di questo Comune, si stabilisce il da farsi ed il Rotolo, a capo della Guardia nazionale di Villalba, marcia alla volta di Valledolmo. Ivi nuove accoglienze liete ed applausi al discorso del Rotolo. Dopo qualche ora di riposo si riprende la marcia in compagnia della Guardia Nazionale di Valledolmo. Giunti nell’ex feudo di Regaliali, davanti al casamento del Conte Tasca, alle due Guardie Nazionali si presenta schierata e in armi la Guardia Nazionale di Vallelunga. Lo spettacolo è commovente. La Guardia Nazionale di Villalba grida: “Pace! Pace!”. Le tre Guardie si uniscono formando un cerchio e pezzuole bianche sventolano in ogni parte. Il Rotolo, commosso fino alle lacrime, pronuncia belle parole di patriottismo, e la pace è conclusa. Villalba riscuote le manifestazioni di profonda gratitudine di Vallelunga e di Valledolmo. Il piano dove avvenne la rissa è tuttora denominata “lu Chianu di la quistioni” (16). Giustificare il comportamento del Comitato Insurrezionale valledolmese non è impresa ardua se si dà uno sguardo alla situazione locale di quel periodo. Il popolo minuto ignorava completamente le vicende politiche le quali avevano luogo nelle grandi città e nei grossi comuni dell’Isola; la propaganda liberale del concittadino Valentino Martina era stata sconsacrata dalla sua morte violenta, ritenuta ben meritata, “Civili” che avevano aderito al Comitato Insurrezionale erano stati mossi non da ” arditi sensi di libertà “, ma solo per non passare come reazionari convinti, il clero inoltre era di stretta osservanza borbonica e in pieno accordo con le autorità costituite. Insorgere, quindi, bruciare e distruggere il Municipio o l’esattoria valeva lo stesso che darsi la zappa sui piedi, andare contro i propri interessi, sconvolgere una situazione di privilegio per cercarne un’altra incerta e piena di rischi. Stando così le cose, la ventina di “Civili” che nel remoto paesello contava e l’amministrava, pur avendo aderito al Comitato, scoccate le ore decisive della lotta, preferirono stare a guardare e ad attendere, senza compromettersi, la conclusione degli eventi. Eccesso di prudenza? Incapacità di tutto osare? Diffidenza nei riguardi dell’ordine nuovo che si voleva realizzare per miglioramenti di discutibile convenienza di classe? Ci sembra di non allontanarci troppo dal vero se affermiamo che al suddetto comportamento abbiano concorso insieme e in dose più o meno forte tutti quanti gli elementi accennati.

 
(1) DENIS MACK SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna. vol. II, Bari 1970, p. 450.
(2) F. RENDA, Il movimento contadino nella società siciliana. Palermo, 1956.
(3) F. RENDA; op. cit., pp. 127 e 128.
(4) F. RENDA, op. cit., pp. 127 e 128.
(5) F. RENDA, op. cit., pag. 43.
(6) SIDNEY SONNINO, I contadini di Sicilia, Firenze, 1925, p. 316.
(7) PAOLO ALATRI, Lotte politiche in Sicilia, Palermo, p. 511.
(8) F. RENDA, op. cit., p. 87.
(9) Archivio Di Stato di Palermo, Gabinetto Prefettura, busta 13 1 categ. 16, 111.
(10) Il Verro, in un congresso tenuto a Corleone nell’estate del 1891, aveva fissato le norme per i patti agrari imposti senz’alcun senso d’umanità ai contadini bisogno d’un pezzo di terra.
(11) F. RENDA, op. cit., p. 86.
(12) La strage di Caltavuturo è dettagliatamente narrata nel volume nostro ” Gente di Sicilia “, ed. Mori, Palermo, 1977.
(13) N. COLAJANNI, Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause, Palermo, 1895.
(14) F. RENDA, op. cit., p. 91.
(15) G. CIPOLLA, op. cit., p. 40.
(16) G. CIPOLLA, op. cit., pag. 48.